Come tre ragazzi diventarono amici in un periodo della vita dove il senso dell'amicizia romantica e frasi come “il mio migliore amico” sono dimenticati dall'incedere del tempo.
Arrampicavo da non più di 6 mesi quando Gianni, il piemontese, mi disse
- andiamo in Verdon
- rimasi perplesso
ma lui mi convinse rinforzandomi con “sono sicuro che ci divertiamo”
- ok vengo
- poi aggiunse “viene anche Andrea”
- chi è Andrea? risposi io
- un ragazzo calabrese, è un po’ più bravo di te
- la mia smorfia lo convinse ad argomentare
- arrampica già da una anno, cmq cerca di allenarti così ci divertiamo
Tornando a casa ripercorrevo i miei numeri: 6b a Monsummano (passando un po’ per 5c ma Giannino aveva evitato di dirmelo) e 5 serie di 6 trazioni alla sbarra, c’era da star tranquilli.
Il giorno della partenza era arrivato.
L’ora non era stata ben specificata, si disse: “in tarda mattinata” (ah, per chi conosce Gianni da poco si può affermare che, rispetto ai fatti in questione, ora sia cent’ori per puntualità e affidabilità).
Quella mattina mi ero dato un gran da fare, per i preparativi, Gianni però continuava ad avere il cellulare spento, riuscii a contattare Andrea che si dimostrava più fiducioso di me nelle doti di risveglio del nostro amico.
Un sms mi destò dal sonnellino pomeridiano “è vivo partiamo alle 18.00”.
Si susseguirono altri messaggi e l’ora della partenza si dilatò alle 20.30, mangiai una pizza con Topo e poi via, di corsa all’appuntamento, era la prima volta che la lasciavo sola e, confessione x confessione, avevo il magone.
Lei mi fermò sulla porta e mi disse “non prendi il pad” “no” le risposi “là non ci serve” senza specificare lo sviluppo del Verdon.
Arrivati a casa del Giannino eravamo ancora lontano dal potersi considerare in partenza, infatti nell’ordine seguì:
- Il trasporto di Irati in p.zza de’ Ciompi a prendere il calco di una gamba o un braccio (non ricordo bene) che le serviva per la tesi che avrebbe discusso in quei giorni
- La movimentazione dei vegetali di prima necessità da casa di Andrea a quella di Gianni
- L’ imbarco in macchina di Bianca lasciando a Irati il pericoloso e clandestino Nano, con tanto di scena pietosa del nostro amico per convincere della bontà della scelta la povera Irati
- ed ultimo, il traino della gloriosa R4 del Giannino in una via adiacente alla salita del piazzale Michelangelo.
Era tarda mattinata, tradotto: le 11 di sera, l’ora della nostra partenza.
Ad una cert’ora ci fermiamo ad una autogrill.
In terra giace un uomo vegliato da una donna, proseguiamo dentro il locale, Gianninomanibucate vorrebbe acquistare delle videocassette datate, poi l’oggetto del desiderio si sposta su un animaletto meccanico costosissimo, riusciamo a farlo desistere. Tornando in macchina notiamo che la scena dell’uomo che giace in terra è rimasta immutata, montiamo in macchina e dopo alcuni km di strada il Giannino si accorge di aver perso inspiegabilmente il primo paio di calzature.
È tardi, così decidiamo di uscire ad Albenga e dormire.
Gira e rigira piantiamo la tenda in uno spiazzo, è buio le frontali ancora non vanno di moda; la mattina ci svegliamo in una discarica adiacente ad un campo da calcio dimesso e a delle case in costruzione, scappiamo prima che sia tardi.
Al nostro arrivo a La Palud ci attende un violento temporale, ci rifugiamo al bar, ordiniamo delle birre e mangiamo tranquillamente dal sacco delle nostre provviste, se lo fai in Italia ti sparano, poi ti rapinano.
Il tempo cambia in fretta, il sole esce e il Giannino perde inspiegabilmente l’altro paio di scarpe, terminerà la vacanza e l’estate con le mie infradito.
Il sole ci dà il tempo di fare la prima calata in Verdon, l’acuto Gianni sceglie il poco esposto Les dalles grises, così il mio battesimo nel Canyon non è traumatico e la prima via è andata.
Per la notte ci sistemiamo una gite d’étape, prezzo 10 euro a persona, l’uso della cucina, del frigo del divano e di tutto incluso, anche Bianca che può spelare, graffiare le porte e rincorrere i gatti a suo piacimento, tanto per Olivier e moglie (c’est pas grave).
Un problème è la seconda calata, in tanto perché la facciamo da un punto moooolto più esposto (il poi lo vedrete); mi calo per ultimo, controllo 10 volte la posizione del secchiello poi, sono nel vuoto, forse non credo di essere neanche io quello che sta facendo quella cosa, questa è roba da film. Ci troviamo tutti e tre su una alberino a metà Verdon, il fiume in fondo al canyon seguita ad essere piccino così.
Giannino tira lo corda, ma la corda non viene, segue un piccolo dibattito fra gli altri due del tipo “hai liberato la corda” “credo di si” niente da fare la corda non viene, io assisto a tutto questo cercando di stare il più calmo possibile, Giannino si fa una sigaretta e mi chiede se voglio fumare, la mia voce esce a fatica ma esce, buon segno. E cmq non mi va di fumare.
Decisione presa, Giannino sale su una gemella non adatta per arrampicare da primi, su Ula, una via da integrare senza però gli integratori necessari, moschettando un rinvio ogni quarto d’ora. Io vado con lui assicurandolo dal basso, il Galletto rimane sull’alberino il giorno del suo compleanno aspettando il Giannino di ritorno e apprendendo che la corda era rimasta incastrata nell’ultimo cm in una fessurina. Poi insieme saliranno quando io avrò già da un pezzo i piedi sulla terraferma.
Non ne abbiamo abbastanza e così spostandoci di qualche metro ci caliamo per una via di 4 tiri, davanti a noi c’è un monitor d’escalade fighissimo con un cliente dovizioso, i due si calano poi lasciano la statica per noi, io e il Galletto, da vere matricole, ci pinziamo la mano fra il secchiello e la corda e passiamo il resto della giornata a succhiare dalla ferita che per fortuna ci permette di arrampicare.
Giannino vorrebbe nascondere la testa sotto una roccia.
Alla prima sosta, sarà perché abbiamo dimenticato la fifa di qualche ora prima o perché l’amicizia ci sta contagiando io e il Galletto ridiamo a crepapelle, di tutto, anche del Giannino che lascia Bianca legata in cima al canyon alla mercè dei condor. Non l’avessimo mai fatto il Giannino uno spit sopra ci incazza (ovvero s’incazza con noi) dilatando le pupille fino alla soglia dell’esplosione, finiamo la via con le orecchie ciondoloni, pieni di vergogna per il nostro comportamento.
Il giorno dopo puntiamo dritti alla calata che ci porta su Au-Delà Du Delire che la guida da ED- Giannino spiegherà dopo che i nomi non li mettono a caso. L’attacco della via è un traverso di 6a+, io e il Galletto siamo terrorizzati, c’è un’esposizione asfissiante. Il primo tiro lo facciamo in apnea mentre nel secondo, un’ altro traverso di 6c+, do il meglio di me stesso finendo per cedere sul punto più duro. Ricordo di aver scalato bene anche gli altri due tiri di 6b+, poi il dolore, lo stress di essere sempre attaccati su un chiodo in tre su una sosta di merda e soprattutto (si vede che è passato un sacco di tempo visto che me lo ricordo solo ora) un male ai piedi indicibile, folle, al di là del delirio, mi faranno mollare.
Il tiro di 7a mi dà la mazzata finale, cado dove fa un po’ di traverso e mi ritrovo in una specie di piscina (la roccia è blu) completamente intonacata prendo la corda e mi isso su di essa, le stanche braccia cedono e mi brucio le mani. Arrivo in catena esausto e ancora c’è metà della via da fare. Per forza di volontà sopravvivenza tengo duro fino all’ultimo tiro un 6a+ terrificante, non mi viene un passaggio e non riesco a salire mi metto incastrato nella roccia e aspetto sconfortato il Giannino, non piango per la vergogna. Appena lo vedo sorridente l’offendo, lui non fa una piega, mi mostra le sue spalle e mi dice “vuoi due appoggi miglior di questi”.
Usciamo dalla via e per me non esiste cosa più bella in tutto il mondo.
Rincasiamo distrutti come ogni sera, dopo un’abbondante cena sfogliamo le mille riviste di Olivier. Ci sorprende a cazzeggiare un tipo spuntato chissà da dove, sulla quarantina, faccia da coglione pieno di soldi, cmq simpatico. Cerca Olivier per andare ad una festa, noi rispondiamo (ormai siamo di casa) che Olivier non è in casa, il tipo ci pensa una attimo poi c’invita, andiamo e di corsa.
Il tipo è di Monaco sua moglie e sempre in Italia, forse ci dirà “perché le piacciono gli italiani”. Ci porta in un posto fuori mano dove è in svolgimento una festa paesana, durante il tragitto notiamo delle falesie bellissime sicuramente non chiodate dai fortunati arrampicatori francesi che hanno il Verdon sottocasa. Il tipo tira fuori una specie di grappa con dentro una intera piantina di Maria, bevono tutti, grandi e piccini, poi tirerà fuori una canna e se la liscerà davanti ai nostri occhi senza neanche offrire. Non che avremmo accettato. Stranezze transalpine.
Il tipo ci riaccompagna a casa, ma prima ferma la macchina e fa tacere il motore sopra ad un ponticino dove si ode il rumore romantico dell’acqua che scorre e dove magari ha assaporato per la prima volta la lingua di una ragazza.
La notte dormo tranquillo, domani si va al fiume, non si scala.
La giornata al fiume scorre tranquilla e mentre Giannino dimostra la sua scarsa acquaticità e Bianca per poco non flescia un 7c cane ce ne torniamo casa tranquilli. Il progetto per domani è La Demande, via storica del Verdon che si attacca dal basso.
Per trovare l’attacco della via facciamo un casino pazzesco, a metà via sono esausto e propongo di tornarcene indietro calandoci in corda doppia. La mia proposta viene accattata e così invece di salire scendiamo.
Non ricordo a quale calata la corda decide che non ne vuol sapere di venire, così dopo vari tentativi e diverbi, Giannino sale a vedere che cazzo è successo, per riuscire a liberare la corda dovrà sciogliersi e riassicurasi. Al suo ritorno per la contentezza e per sciogliere la tensione mi da una capocciata in piena fronte, non è il momento di frignare penso io. Con l’ultima calata arriviamo in terra precisi come un dito in culo, così non ci resta che arrivare al parcheggio a piedi, anzi con ai piedi le scarpette, per vedere che è tardi e non è rimasto nessuno per un passaggio alle creste. Non so quanti km sono da lì cmq tanti, chi c’è stato lo sa. Troviamo un passaggio al bivio per Rougon e per stasera facciamo pappa fuori.
L’alba dell’ultimo giorno è arrivata e come ogni mattina, svegliandomi presto evito che Bianca, chiusa in macchina, evapori così mi lascio accompagnare da lei a fare un giretto in paese con sosta alla boulangerie.
I due pazzi hanno intenzione di scalare anche oggi, io no! infatti alzo bandiera bianca, getto la spugna e faccio di tutto per non farmi contagiare dall’entusiasmo dei due.
La stessa mattina facciamo due chiacchiere con la moglie di Olivier ed una sua amica, quest’ultima ci omaggia affermando che sembriamo amici di vecchia data, l’altra risponde che per i grimpeurs è normale essere così.
In quel momento chiamati amici e di grimpeurs nel giro di tre secondi, ci alziamo di 10 cm l’uno.
Mentre i due arrampicano, porto in giro Bianca, fumo cicchini e mi chiedo che fine abbia fatto il mio testosterone.
Il viaggio di ritorno in macchina ci sono: gli zaini con il materiale, Bianca e i peli di Bianca moltiplicati per una settimana e tre amici nuovi di zecca.
l'orsetto